• Dott. Gianluca Rizzo

L'impatto ambientale del cibo

Si accendono nuovamente i riflettori sull’ambiente e il dibattito che ne consegue sui rischi legati al consumo di risorse per le attività umane e sulla questione della sostenibilità. Molti animali sono in grado di modificare l’ecosistema in cui vivono per ottenere maggior vantaggio dall’ambiente che li circonda (basti pensare alle dighe dei castori o alla costruzione dei termitai), ma l’essere umano ha portato questa capacità a livelli tali che le ripercussioni ecologiche sono diventate sempre più evidenti e preoccupanti.

Fin dalla nascita delle prime città e delle pratiche colturali per la produzione di derrate alimentari, l’uomo ha ottimizzato la capacità di produzione e conservazione del cibo per potersi garantire sufficienti fonti alimentari e dedicarsi anche ad altre attività. L’industrializzazione ha favorito un forte stimolo tecnico che si è tradotto in una grande capacità produttiva di materiali e di cibo che, al contempo, pesa sull’ambiente.


Quali sono gli aspetti ambientali che sollevano dubbi sulla sostenibilità delle nostre attività e quali sono le relative conseguenze che esse creano?

Consumo di acqua e terreno, emissioni gassose, rilascio nell’ambiente di sostanze non facilmente smaltibili sono causa di effetti sull’ambiente come la graduale desertificazione del terreno, la riduzione di risorse naturali, l’inquinamento del terreno, delle falde acquifere e dei mari, la formazione di effetto serra e l’eutrofizzazione (esplosione incontrollata della crescita di alghe e microrganismi). La desertificazione porta alla sterilità del terreno che rende difficile la sua riconversione e limita quindi la capacità agricola. La situazione è aggravata dal consumo eccessivo di acqua, risorsa molto limitata, e dall’utilizzo del terreno a scopi agricoli e di allevamento intensivi.

L’emissione di gas ad effetto serra nell’ambiente porta a un aumento considerevole del riscaldamento globale e ad alterazioni di vario genere, tra cui le normali escursioni termiche stagionali e di eventi meteorologici avversi. La formazione di sottoprodotti di scarto rilasciati nell’ambiente inquina le falde acquifere e porta all’alterazione degli equilibri di fauna e flora. L’inquinamento si ripercuote anche sulle catene alimentari e sull’accumulo di sostanze nocive nei tessuti animali.


Come può l’alimentazione influire su questo?


Siamo portati a pensare che l’impatto ambientale riguardi solo la produzione di plastiche, le emissioni gassose industriali e quelle derivate dall’utilizzo di combustibile fossile per il trasporto. In realtà, esistono nuovi approcci per la valutazione di impatto ambientale che tengono conto di tutto il percorso effettuato da un qualunque prodotto, anche alimentare, a partire dalle materie prime fino ad arrivare al suo utilizzo e smaltimento. In questa visione, più fedele e attuale, il cibo non è solo una risorsa alimentare poiché la sua realizzazione segue un iter specifico e comporta una serie di trasformazioni che prevedono l’impiego di altre risorse e una certa quantità di emissioni nell’ambiente per arrivare ad avere il prodotto finito.

Quanto più è complesso il processo produttivo, tanti più elementi sono implicati nell’impatto ecologico di produzione.


Per esempio, se volessimo valutare l’impatto ambientale di una confezione di sale marino, dovremmo tenere conto anche dello sforzo tecnico necessario a convogliare l’acqua di mare per il processo di evaporazione, per la raccolta, per il trasporto, per il confezionamento e per la distribuzione. In questo processo, inoltre, rientra anche l’impatto della filiera di produzione del materiale di confezionamento e il successivo smaltimento dopo il consumo. Anche questi sono aspetti strettamente legati al prodotto in sé.


Come è facile intuire, l’impatto ambientale per un alimento carneo sarà irrimediabilmente vincolato ai processi di allevamento, macellazione, gestione, trasporto, confezionamento ma anche alla produzione dei mangimi (quindi allo sforzo agricolo nella loro produzione), all’utilizzo di acqua e alla gestione dei resti di carcasse e del letame derivato dai processi di allevamento. Per quanto riguarda l’allevamento di erbivori per la produzione di carne o latticini dobbiamo considerare anche che i ruminanti hanno una digestione fermentativa in cui si ha una produzione di gas di grande rilevanza ambientale.

Questo fenomeno peggiora con l’utilizzo di mangimi a base di cereali e legumi, tipici dell’allevamento intensivo, che vengono digeriti con maggiore difficoltà rispetto alle naturali fonti alimentari rappresentate da materiale erbaceo. Anche la gestione delle deiezioni animali è particolarmente onerosa perché la presenza di sostanze azotate nelle feci aumenta il rischio di inquinamento del terreno, delle falde acquifere e perfino delle acque marine. L’allevamento di ruminanti in generale aumenta la biomassa di scarto da gestire. La produzione di mangime comporta, a sua volta, lo sfruttamento di terreno per monocolture e l’impiego di eventuali composti azotati come agrofarmaci e anticrittogamici.


La coltivazione su vasta scala ha un impatto decisivo sull’ambiente e in tutto questo non è da sottovalutare il fatto che la parte preponderante della coltivazione (70%) non è destinata al consumo umano ma alla produzione di mangimi. Non di meno, quando si parla di allevamento, dobbiamo includere anche l’acquacoltura per la produzione di pesce a fini alimentari che pone problematiche ambientali simili all’allevamento terrestre e con esiti che destano preoccupazioni circa l’accumulo di sostanze nocive sul prodotto finale.


Alcuni numeri possono rendere meglio le dimensioni del fenomeno.


Le emissioni ad effetto serra nel settore dell’allevamento dipendono per il 45% dalla produzione di mangimi; per il 39% dalla fermentazione enterica dei ruminanti; per il 10% dalla gestione del letame e solo il 6% deriva dal trasporto e dalla lavorazione destinata alla filiera. Per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica si stima che l’allevamento animale, di tutte le attività umane, sia responsabile per oltre il 15%. In questo contesto, l’allevamento bovino, destinato alla produzione carnea e a quella di latticini, rappresenta oltre la metà di tali emissioni (dati ufficiali FAO 2013).

È erroneo pensare che la resa calorica o proteica degli alimenti di origine animale possa compensare il maggiore sforzo ecologico; se guardiamo all’utilizzo di terreno, a parità di resa calorica la carne bovina consuma fino a 16 volte più territorio rispetto al grano e fino a 5 volte di più per resa proteica. Allo stesso modo, il consumo di acqua è estremamente sbilanciato per la produzione carnea poiché 18 volte maggiore per la produzione di carne bovina rispetto a quella di riso e di patate.


Considerati questi dati, si deduce facilmente che più si passa da alimenti animali ad alimenti vegetali, più si riduce l’impatto ambientale. È innegabile che un’alimentazione onnivora abbia un maggiore impatto ecologico di emissioni e di consumo di risorse rispetto a una dieta vegetariana che, a sua volta, ha un impatto più elevato rispetto a diete basate solo su alimenti vegetali. Da precisare, però, che tali differenze tendono a ridursi in caso di utilizzo elevato di sostituiti vegetali della carne e con l’aumento di grassi e calorie nella dieta. Non si tratta, dunque, di escludere solamente gli alimenti derivati dalla carne ma di evitare anche quelli fortemente processati e tutti gli eccessi alimentari che influiscono in maniera importante su questo paradigma. Tuttavia, è corretto precisare che i formaggi vegetali hanno un minor impatto rispetto a quelli animali.

Rispettare la stagionalità e la località degli alimenti vegetali rappresenta il modo migliore per evitare utilizzi addizionali di combustibile fossile per il trasporto e di agrofarmaci per la coltivazione fuori stagione. In questo modo si favorisce un risparmio economico ottenendo materie prime di qualità più elevata e con un gusto migliore a un prezzo migliore (poiché la produzione fuori stagione e in luoghi distanti ha un costo aggiuntivo sul prezzo finale).


Si stima, inoltre, che la crescita della popolazione mondiale segue un trend di tipo esponenziale. Più individui popolano la terra più cresce la necessità di reperire fonti alimentari, già carenti nei paesi in via di sviluppo. Se teniamo anche in conto che le popolazioni che stanno vivendo una recente industrializzazione guardano all’Occidente come a un modello da imitare, il messaggio che arriva è che il consumo di alimenti animali rappresenta l’emblema dello sviluppo economico. Sempre più popolazioni richiedono fonti alimentari di origine animale ma non siamo in grado di soddisfare una richiesta simile. Inoltre, la produzione carnea è chiaramente vincolata a elevati impatti ambientali che non sono più sostenibili per la salute umana e per l’ambiente, tendendo anche in considerazione che le stesse filiere di produzione portano a uno sfruttamento massivo dei territori di paesi in via di sviluppo.


Un’alimentazione sana e sostenibile deve esserlo per la salute umana, non solo di chi la adotta ma anche per gli individui che sono influenzati dalla relativa produzione. La sostenibilità non può dipendere solo dalle esigenze nutrizionali ma anche da quelle ambientali.

Abbiamo il dovere di considerare un approccio più ecocompatibile non soltanto nell’utilizzo di plastiche, nel riciclo sostenibile, nell’utilizzo moderato di combustibili fossili ma anche con la nostra alimentazione. Un approccio basato sui vegetali può essere la soluzione migliore… e prima o poi potrebbe non essere più un’opzione

Dott. Gianluca Rizzo

Biologo Nutrizionista, Dottore di Ricerca in Biologia e Bioteconologie Cellulari. Master in Integratori Alimentari, Perfezionamento in Nutraceutica. Docente in corsi di formazione ed ECM, fa parte del corpo docenti del Master Universitario in Fitoterapia e del Master in Fitobiologia, Nutraceutica e Prodotti per la Salute di Messina.  Autore tuttora attivo, come ricercatore indipendente, di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali a revisione paritaria.

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